Il Catria è una montagna facile da scalare, ma pur sempre una cima ragguardevole, con i suoi 1701 metri di altitudine e un dislivello dai fondovalle circostanti compreso tra i 1000 e i 1300 metri.

Un tempo, fino a poco più di un secolo fa, la scalata del Catria era comunque un’impresa per pochi. Di alcuni di questi “alpinisti” si hanno notizie certe e, risalendo indietro nel tempo, un paio di testimonianze arrivano a far luce sui primi “conquistatori” della sua vetta.


A ricordarci il più antico uomo che abbia raggiunto la sommità del Catria è una piccola statuetta di bronzo, ora al Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona (Inv.: 542), il cui fortuito rinvenimento e le cui caratteristiche furono sommariamente descritte nel 1901 da Augusto Vernarecci, illustre studioso  forsempronese, con queste parole:

Nel fare un largo scavo sulla più alta vetta del Monte Catria, a m. 1702 di altitudine, per gettare le fondamenta al piedistallo della croce monumentale ivi eretta, alcuni operai rinvennero una statuetta votiva di bronzo [...].

Ha una patina scura bellissima, è alta mm. 110 e pesa grammi 152. E’ di fattura rozza, in testa ha una corona, una patera nella mano destra, sulla spalla sinistra una clamide. Ciò che più interessa è la torque che tiene al collo; e quindi si è indotti a pensare ad una divinità gallica.

(Vernarecci. Frontone - Statuetta di bronzo trovata sul Monte Catria, pp. 416-417)

Muto testimone di un antichissimo episodio, questo piccolo bronzetto narra comunque qualcosa circa il quando e il chi lo depose. Pur rimanendo nell’ambito delle ipotesi, tenendo conto delle indicazioni (a volte non univoche) dei pochi che lo hanno finora studiato,  si può ritenere che il primo a raggiungere la cima del Catria fu, intorno alla metà del III secolo a.C.,  un devoto a una qualche divinità non meglio precisata, per ottemperare ad un voto o anche per patrocinare una sua aspettativa esistenziale. Si trattava di un rito privato, assai comune in quel periodo tra le popolazioni italiche, consistente nella deposizione di questo oggetto in un’area sacra dalle caratteristiche spiccatamente naturali, come le acque di una sorgente, una cavità naturale o, come nel nostro caso caso, la sommità di un’altura.

Nient’altro sappiamo di costui.


Una testimonianza più dettagliata, contenente i nomi precisi di un altro gruppo di “conquistatori”, ci è fornita, alla fine del Medioevo, da un paio di documenti che descrivono un’insolita cerimonia tenutasi proprio sulla vetta del Catria.

Il cardinal Bessarione (Trebisonda 1403 o 1408, Ravenna 1472) attesta con una Bolla (Archivio Vaticano, Codice Urbinate n° 692) di aver laureato, “more poetarum”, “Paulus Joanne de Godiis, Pergulanus”, dopo averlo valutato e sottoposto al giudizio dell’umanista Nicolò Perotti, arcivescovo di Sassoferrato, presso il monastero di Santa Croce di Fonte Avellana.

Il documento specifica che la cerimonia avvenne “in altissimo monte italico Catriano”. Dove il Cardinale stesso pose sul capo del “magistrum Paulum” la corona di rami e foglie di alloro, provenienti proprio dalla sommità del monte.

Poco tempo dopo, il 12 gennaio 1458, il poeta Gaugello Gaugelli, anch’egli di Pergola, in un elogio in rima di Paolo Godio racconta così l’episodio:

Andasti puoi per voler visitare

El greco cardinal a Sancta Croce

Et con sincera voce

Per lectera li festi un bel sermone

Quel cardinal se fe admiratione

Del chiaro aspecto et de la tua presenza

Et puoi de’ la sentenza

Ch’eri ben digno d’esser coronato

Et quel poeta suo da Saxoferrato

Incomenzò con teco a desputare

Et farte rescaldare

A dimostrare alquanto el tuo sapere.

A quel signore ancor festi vedere

Che non tochando terra con calcagni

Quelli altri doctor magni

Te vedevan far cantando la danza.

Quanto dolce piacer, quanta baldanza

Sentir facesti a quei suoi frati et preti

Che stavan tucti quanti

In loco solitario et alpestro.

Alhora el cardinal col braccio dextro

Te puose la corona laureata.

Con verde fronda nata

Nella cima de Catria l’alto monte

(Gaugello Gaugelli. Ad eximium doctorem et poetam magistrum Paulum pergulanum secundum oratio - 12 Ianuarii 1458” - Archivio Vaticano, Codice Urbinate n° 692, in: Nicoletti 1899: pp. 564-565 n. 3)



La cima del Catria costituisce la medesima scenografia di entrambe le cerimonie.

Senza rivali prossimi in quanto ad altitudine e aperta su di un panorama amplissimo, la sommità del Catria era probabilmente già “pelata” quando il devoto “pagano” vi depose la statuetta giunta fino a noi.

Il risultato della combinazione di fattori umani e ambientali, il pascolamento già allora secolare e il cosiddetto “effetto vetta”, avevano ridotto la compattezza della copertura arborea e arbustiva, liberando ampi spazi erbosi sulle cime dell’Appennino Centrale.

Negli ultimi secoli prima dell’era volgare, ai pastori e ai devoti che vi ascendevano, la sommità del Catria doveva apparire ampiamente spoglia. Forse punteggiata da compatti cespugli di Ramno alpino e Sorbo montano, modellati dalle intemperie e concentrati intorno alle conche doliniformi che ne crivellano il terreno, utilizzati come barriere antivento naturali, magari rinforzate da bassi muretti a secco. Un’area sacra a cielo aperto e, spesso, di grande rilievo naturalistico come era usuale presso i popoli italici preromani.

Quando, alla fine del Medioevo, il Cardinal Bessarione e la sua “corte” giunsero in cima, la trovarono certamente spoglia e “pulita”: le faggete alcune centinaia di metri più in basso e il pianoro sommitale del tutto erboso e sassoso, sostanzialmente simile a come la vediamo oggi.

Per primi sulla vetta del Catria.

Un devoto di oltre duemila anni fa e Paolo Godio incoronato poeta da Bessarione, a fine Medioevo.

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Approfondimenti e riferimenti bibliografici: Bandini ; Barbadoro D., Barbadoro F. 2008; Bentz; Dall’Osso; Franzoni; Frapiccini 2000; Lancetti;  Marchesoni; Nicoletti 1899; Sennuccio, Petrarca; Vernarecci .

Le immagini da: Castelvetro, Beccadelli et Al.; Inghirami; Petrarca; Schioppalalba sono tratte da: Google Libri. Le altre immagini:  Ritratto di Bessarione (da Paris, Musée du Louvre), Bronzetti 25.2.5-Fig. 204 (Fiesole, Museo Civico Archeologico) e S.202 Fig. 277 (Firenze, Museo Archeologico) da Bentz.

Un ringraziamento particolare per le ricerche bibliografiche a: Giovanni Tadei.

Mappe:

Il braccio destro proteso in avanti, con la mano che regge una pàtera, cioè la ciotola piatta utilizzata nei sacrifici dell’antichità. E‘, questa,   l’elemento inconfondibile che qualifica il bronzetto del Catria come un oggetto di devozione. L’atteggiamento del bronzetto è quello tipico dell’offerente, nel caso in cui la statuetta rappresenti il devoto stesso,  oppure lo stesso dio a cui viene offerta la pàtera. A tale scopo l’identificazione con questa o quella divinità era esplicitata da un qualche altro attributo, come la clava brandita da Ercole o il fulmine tra le mani di Giove, tanto per citare alcuni tra gli dei che meglio si fanno riconoscere. Nel nostro caso, insieme alla pàtera, la statuetta mostra almeno altri tre attributi. La corona di foglie sul capo del bronzetto è un segno che può tanto esprimere la generica “pìetas” religiosa dell’offerente, quanto la carica dell’officiante, ma non esclude affatto che rappresenti proprio un dio o un suo culto. Anzi, a questo proposito si è ipotizzata, per il bronzetto del Catria, una esplicita allusione alla “sfera dionisiaca” (Frapiccini), che potrebbe anche esprimere un auspicio di fertilità. La corona fogliata è comunque un attributo ampiamente rappresentato nelle statuette devozionali delle culture etrusco-italiche, per un lasso di tempo di almeno quattro secoli, in diversi contesti e dunque con funzioni diverse. Indicazioni generiche sono fornite anche dal corpo della statuetta, che un corto mantello (la clàmide, indumento di soldati e viaggiatori), fermato con una fibbia sulla spalla sinistra, lascia del tutto scoperto. Questa nudità può sia rappresentare l'aspetto di un dio, quanto l’aspirazione del devoto a superare il proprio stato esistenziale, verso una condizione eroica o divina. Meno frequente è la tòrque (o tòrques, tòrquis), la collana metallica spiralata e aperta alle due estremità, caratteristica dei Celti, ma presente anche in altri ambiti culturali, sia etruschi che italici e passata, infine, ai Romani come collare d’onore militare. Troviamo la tòrque, ad esempio, al collo delle divinità etrusche Culsans e Selvans, rappresentate in alcuni bronzetti (due di questi, prima metà del III sec. a. C.,  rinvenuti a Cortona, ora al Museo dell'Accademia Etrusca, e un terzo al Museo Archeologico di Firenze) e del dio Mercurio, riprodotto in una statuetta del II sec. a. C. (Verona, Museo Archelogico). Essa è indossata anche da una “Devota offerente”, bronzetto di probabile produzione etrusca del III sec. a. C. (Verona, Museo archeologico) e da un “Offerente nudo” rinvenuto nella Grotta del Re Tiberio presso Riolo Terme (RA) (fine V secolo prima metà del IV sec. a. C., Imola, Museo comunale).

Non stupisce certo questa commistione di culture, soprattutto in un’area, come quella del Monte Catria, in cui tra IV e III secolo a. C., gravitano popoli assai diversi quali Umbri, Piceni, Etruschi e Celti.

Abbastanza attendibile appare la datazione della nostra statuetta che, per affinità stilistiche e formali, rientra pienamente in una categoria di bronzetti votivi, di fattura non particolarmente elevata e ampiamente standardizzati, datati intorno alla metà del III secolo a. C. (Bentz). E’ infatti molto simile ad un “Devoto offerente” (Fiesole, Museo Archeologico) e ad un “Genio ignudo coronato” da Caprino Veronese (Verona, Museo Archeologico). Più ipotetico è invece stabilire chi rappresenti la statuetta rinvenuta in cima al Catria: un idoletto celtico (Vernarecci, Dall’Osso), oppure un devoto ad un culto dionisiaco (Frapiccini) o, ma questa è l’ipotesi certamente più debole, un pio romano che ostenta la propria decorazione militare (Lombardi)? E infine perché non approfondire una sua parentela con Selvans, dio etrusco-italico dei confini e della fertilità?


C’è un filo conduttore che unisce il primo al secondo “conquistatore” del Catria: la corona. Quella di alloro, con cui viene incoronato Paolo Godio, era diventata negli ultimi secoli del Medioevo il riconoscimento al valore poetico concesso ai letterati, da principi e signori, ad imitazione di quanto avveniva nell’antichità classica. La più nota corona poetica era stata concessa a Petrarca, nel 1341, sul Campidoglio.

Chi meglio di Bessarione poteva incarnare il richiamo all’antichità classica. In un’Italia che stentava ad uscire dalla chiusura “latinocentrica” medioevale, Giovanni (o Basilio) Bessarione, “greco” di nascita e di cultura, ben rappresentava l’aspirazione a conoscere e rinnovare la classicità. Filosofo neoplatonico e diplomatico, religioso e politico, personalità di spicco nell’Italia di metà ‘400, Bessarione era stato nominato, da papa Callisto III, abate commendatario del monastero di Fonte Avellana il 22 aprile 1456. Forse in questo stesso anno o nel successivo, davanti alla sua piccola corte di religiosi e intellettuali si era presentato Paolo Godio.

Di ben altra caratura rispetto a Bessarione, di Paolo Godio (o Godi) si conosce ben poco: era di Pergola (PU), città prossima al Catria; figlio di Giovanni, era detto “secondo” perché nipote di un omonimo “filosofo celeberrimo”.

Paolo era “poeta, medico, chirurgo, filosofo fisico, architetto” nonché “chiromante”, come scriveva Gaugello Gaugelli, un altro “poeta e giurista” a lui contemporaneo, che gli dedicò una biografia in versi, in cui racconta degli onori raccolti da Paolo presso diverse corti: a Forlì dall’Ordelaffi, a Rimini, da Sigismondo Malatesta (per avergli estratto una palla d’archibugio dal braccio), a Ferrara, dove ebbe una corona d’oro e una d’alloro, e ancora a Rimini dove tenne un pubblico sermone per le nozze di Sigismondo. Collezionista di queste corone onorifiche, Paolo Godio giunse dunque all’Abbazia di Fonte Avellana per mostrare al Bessarione le sue arti. Disputò con Nicolò Perotti con “argomenti sofismatici, filosofando, cantando e danzando“. Nuovissimo stile che dilettò grandemente Bessarione, tanto da indurlo a concedere al Godio la laurea. L'incoronazione si celebrò sulla cima del Monte Catria, paragonato, dalla Bolla che ne certificava la concessione, all’alto Monte Sinai. Paolo proseguì poi verso la corte dei Varano, a Camerino, dove ottenne un'ennesima laurea. Anche qui l'incoronazione si tenne in cima ad una montagna, non meglio specificata, che Gaugello paragona al Parnaso.

Ironici e derisori sarebbero per alcuni commentatori i due racconti delle lauree concesse a Paolo Godio. Che viene perfino definito un “poetastro”. Commenti più meditati riconducono questi fatti ad un contesto culturale e di costume per cui in tali cerimonie l’eccesso era la norma. La stessa incoronazione del Petrarca viene descritta, in un testo cinquecentesco attribuito a Sennuccio del Bene, come una cerimonia iperbolica, gremita di simboli. Vere e proprie “carnevalate” furono, tra le tante incoronazioni, quelle di Camillo Querno e di Gaetano Baraballo, che a Roma, tra il 1514 e il 1515, furono condotti in trionfo in groppa ad un elefante! Cerimonie che fanno sembrare sobria la laurea concessa da Bessarione a Paolo Godio.